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Kenya - Tanzania per Amref

    Io sono stato fortunato. Sono vivo. Qualcuno trentadue anni fa mi ha salvato la vita. Ho trovato medici competenti, strutture ospedaliere con strumentazioni avanzate. Attorno a me si sono stretti volontari con un cuore grande che hanno donato il sangue per un bambino che neanche conoscevano. Sapevano soltanto che senza quel piccolo aiuto non sarei qui a raccontare la mia storia. Fortuna, insomma. Molta più di quella di tanti bambini che ho incontrato nel mio ultimo viaggio tra Kenya e Tanzania. Che vivono sapendo che qualsiasi problema di salute, anche il più semplice come una febbre o una frattura, possa portarli alla fine della loro esistenza. Ebbene si, si muore per poco. Ma da anni qualcuno arriva dal cielo, come un angelo, per salvarli. Non hanno le ali, ma viaggiano a bordo di aerei, dei Cessna caravan, che atterrano in mezzo ai villaggi, in strade in terra battuta, senza torri di controllo o luci che segnalano quelle piste improvvisate. Si chiamano Flying Doctors, dottori volanti.

    Lavorano per Amref o in convenzione. Sono ortopedici, chirurghi, urologi, ginecologi. Medici specializzati che in Tanzania, come in Kenya e altre regioni dell’Africa si contano sulle dita di due mani. Persone che hanno deciso di non stare dietro una scrivania di un ospedale di fama, come il Kcmc di Moshi o altri nosocomi di Nairobi. Ma di dedicare parte della loro esistenza ai bambini, alle donne, agli uomini o agli anziani dei villaggi che altrimenti non saprebbero come superare le migliaia di difficoltà. E volano da una regione all’altra, per loro, approdando nelle corsie di ospedali quasi improvvisati o in strutture ottime, ma senza personale specializzato al di fuori degli assistant medical office, dottori con la laurea breve che si occupano dei casi più semplici -  che poi semplici non sono – dalla cura della malaria alla traumatologia. I Flying doctors arrivano in un giorno stabilito su un calendario, operano dieci dodici pazienti al giorno, ne visitano una sessantina, forse di più e insegnano.

    Spiegano agli assistant medical office come rimuovere un’ernia, aggiustare un braccio rotto, riaddrizzare un piede torto. Insegnare, appunto, il motto di Amref. La più grande organizzazione non governativa africana, composta dal 95 per cento di persone che vivono in quel meraviglioso continente che dal 1957, grazie al Michael Wood e ai suoi dottori volanti, ha regalato la speranza a parte del continente. Amref costruisce pozzi, o meglio insegna a costruirli e a gestirli per irrigare i campi, produrre e vendere. Lavora nelle scuole, fa educazione contro le malattie, come l’Aids. Spiega alle comunità Masai che basta una finestra nella capanna per prevenire la morte per intossicazione, un buco in un secchio pieno d’acqua per economizzare  e permettere a tutti di lavarsi la faccia e prevenire il tracoma. Strappa i bambini alla strada, alla colla che regala loro la sazietà quando non c’è da mangiare o il caldo quando a Nairobi la temperatura scende e avvolge gli slums con una coltre di freddo. A loro abbiamo regalato magliette e palloni da calcio. A tutti, il prossimo giugno, cercherò di regalare un’altra speranza.

    La stessa che trentadue anni fa qualcuno mi ha dato facendomi vivere. Partirò da Savona con il mio Kayak – in tanti in Africa si chiedevano cosa fosse questo strumento diabolico – attraverserò il mare con la forza delle mie braccia, sfidando le onde e la stanchezza. Il mio carburante, la mia energia saranno le facce che ho visto, le mani che ho stretto, le aspettative che ho creato in tutte queste persone. Circumnavigherò l’Italia con accanto la Lega Navale, in mente le immagini del mio viaggio, Amref nel cuore. Per questa ong raccoglierò i fondi necessari per garantire una goccia di sanità in più in quei villaggi lontani giorni di marcia dall’ospedale o qualcosa che gli assomigli. Non cambierò il mondo, ma almeno ci voglio provare con lo spirito e il senso si sfida che da sempre ha accompagnato le mie imprese. La vita non ha prezzo, ma tutto quello che raccoglierò durante il mio Giro d’Italia in ottanta giorni, regalerà almeno un sorriso a chi oggi aspetta e spera che un dottore arrivi dal cielo per salvarlo.

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